ARIADNE CACCAVALE SU “ARCHETIPI”

Così Ariadne Caccavale su “Archetipi”, istallazione presente presso i musei di S.Salvatore in Lauro a Roma fino al 15 dicembre, in onore dell’esposizione triennale di arti visive a Roma:

Il Maestro Ruben Staiano nasce a Piano di Sorrento (NA), ove tuttora vive e lavora; Archetipi è da considerarsi un vero e proprio manifesto teorico dell’autore, che riunisce in quindici teche gli elementi tipici del suo fare arte: l’orecchio in resina epossidica che spunta fuori da una piccola macchia vegetativa extraterrestre, fiori secchi (tra cui i papaveri), la rondine e la sedia spinata.

Il manufatto ha delle chiare discendenze surrealiste e dadaiste, viene sicuramente in mente Colazione in pelliccia di Meret Oppenheim, opera emblematica realizzata a partire da uno degli oggetti tipici della quotidianità: una tazza da the. Il rivestimento di pelliccia color crema-marrone chiaro di gazzella cinese allora suscitò reazioni pruriginose. Similmente a quanto appena espresso, la sedia dell’installazione rimanda ad una situazione spiacevole da dover affrontare: le spine che la rivestono, sono la concretizzazione di un paradosso, dal momento che essa perde completamente il ruolo a cui l’uso comune la destina, proprio come accade per la tazza di cui sopra.

Eloquente anche l’inserimento dell’orecchio, alla luce della considerazione che si vive in un’epoca in cui ognuno pretende attenzioni, simbolo di una chiusura solipsistica ed egoriferita. In questo caso specifico, la vegetazione extraterrestre è un chiaro invito a esplorare terreni nuovi, andando ad ascoltare la voce interiore, quella che proviene dalla profondità del sé. L’iconografia si riallaccia al topos veterotestamentario del roveto ardente, medium tramite cui Dio parla a Mosè, investendolo della missione di condurre gli Israeliti dall’Egitto verso la terra di Canaan. Se questo è un esempio di teofania, epurando il confronto dai contenuti religiosi, l’orecchio che sorge da quella flora così insolita, è un invito alla riflessione e alla riconciliazione con sé stessi.

Significativa anche la presenza dei fiori secchi: come suo solito, Staiano – che dall’elemento floreale è stato attratto sin dall’infanzia

– mette in condizione l’osservatore di scavalcare il luogo comune: è in tal modo che un qualcosa di apparentemente morto diviene beneaugurante, poiché indistruttibile. In un’ottica del genere, l’artista riesce a riformulare anche l’immagine del papavero – qui presente sotto forma di bocciolo – comunemente ancorata a quell’idea di oblio e storditezza, per recuperare, invece, quel valore primigenio di consolazione, ma anche immaginazione ad esso connesso. Nello specifico il fiore prende vita da un cubo asettico, dimostrazione della tenacia e della forza di cui può farsi portavoce un essere vivente. Il bocciolo è il momento precedente la fioritura, sicuramente il più critico; forza e vulnerabilità, dunque, sono due aspetti della stessa medaglia, imprescindibili. Sublima il tutto la presenza della rondine, metafora di viaggio alla ricerca di senso, libertà e eterno ritorno (o speranza di ritorno) a casa, associata alla tenacia è allusiva all’anima che, dopo aver compiuto il suo percorso, torna sempre all’origine.

Alla luce di quanto esposto, è giusto definire Staiano un raffinato cantore della umana condizione, dimostrandosi altresì sapiente iconologo contemporaneo.